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ULTIMO PARTITO
presenta
la strana sterilità
2035
I. Anna
C’era una volta un Paese, all’epoca fiero di una storia millenaria, che viveva sospeso in un presente immobile. Si vantava ancora, nei discorsi ufficiali, di poeti, inventori e navigatori, come se la gloria antica potesse bastare a coprire l’odore di muffa che saliva dalle fondamenta. Ma l’olezzo si percepiva, eccome se si percepiva…
In questo (definiamolo) non-luogo, la corruzione, da anni ormai, era diventata al pari di una seconda lingua nazionale – un’eredità tramandata di famiglia in famiglia – mentre l’incompetenza si distribuiva in egual misura, tra soliti noti ed aristocratici dei nostri tempi.
Quella che vi racconterò potrebbe risultarvi – quasi certamente ai posteri verrà definita così – come un’improbabile “fantascienza”. Vi dirò, sarebbe bello poterlo anche solo pensare, di questi tempi, con certezza. Andrò per gradi: quello che dovete veramente sapere, qui al terzo paragrafo di questa malinconica novella, è che il nostro racconto avrà luogo in un Paese qualsiasi: il vostro, il mio, ammesso che abbia già senso discuterne qui.
Sulle mappe ufficiali quelle linee che definite confini esistono ancora, ma nella vita quotidiana di un mondo iperconnesso ogni secondo, ogni minuto, per l’eternità, quelle ricerche su G00gle M2ps appiano oggi come delle vecchie fotografie sbiadite: ciascuna con la follia di disegnare il proprio pezzetto di Storia, coltivando piccoli privilegi, barattando amicizie, inchinandosi ai favori giusti.
E intanto, il mondo, quello delle persone, corre sempre avanti, senza nemmeno il tempo di voltarsi indietro.
Dicevamo: in quel Paese, allora inchiodato, al suo glorioso passato, i giorni si ripetevano stancamente, ogni giorno una semplice copia mal riuscita del giorno precedente. Le decisioni politiche erano talmente buffe che sembravano essere delle repliche di un dimenticato teatrino di provincia: ogni stagione stessi attori stanchi, stesso copione logoro. Chi governava sembrava non volerlo davvero, chi stava all’opposizione sembrava non sapere nemmeno il perché fossero lì. Decreti scritti senza criterio, conferenze stampa autocelebrative, scandali sporchi, e il tempo ci scivolava via tra le mani, con un rumore, appena percettibile, di sottofondo.
Nella Capitale di questo non-luogo, viveva Anna. 53 anni, faceva l’ostetrica — per vocazione, non per mero ripiego — e aveva scelto quel lavoro quando ancora credeva che il futuro fosse una cosa da costruire e non soltanto un’ombra da temere. Da ventiquattro anni divideva il tetto con Claudio, marito dal carattere gentile, ma dagli entusiasmi intermittenti.
Quel 31 ottobre 2035, Anna si svegliò, alle ore 22:47:35, col rumore ovattato della pioggia contro i vetri.
Non si trattava di una tempesta, ma di una pioggia stanca, rassegnata anche lei, come il Paese su cui cadeva. Si alzò sbadigliando dal letto, con movimenti misurati entrò in bagno, e si lavò i denti con gesti altrettanto automatici, mentre osservava l’acqua incanalarsi sui vetri di una finestra troppo sporca.
Quella sera il cielo era una lastra opaca, l’asfalto una distesa di vetro, e la pioggia sottile cadeva senza convinzione, mentre lei si avviava per il solito, dannatissimo, turno di notte.
Alle 23:32:12 accese la macchina e guidò con attenzione nel traffico scarno della notte, mentre nell’abitacolo una vecchia canzone rock echeggiava dagli altoparlanti.
Le corde distorte, il bit martellante: quel ritmo violento e sincopato era, per lei, il solo linguaggio onesto rimasto. Non c’era bisogno di altre parole, non per chi, come lei, passava ogni notte in un mondo fatto di fatica malpagata ed illusioni ammaccate.
A 53 anni, con la schiena che ogni tanto protestava e i turni, ogni anno, sempre più lunghi, Anna si chiedeva spesso perché i giovani si sentissero già così stanchi. A loro modo, pretendevano di essere nati già in vacanza. Di avere tutto, subito, senza attraversare il deserto della noia, della fatica, del lavoro inutile e sporco. Parevano voler saltare a piè pari il rito d’iniziazione che ogni generazione prima di loro aveva conosciuto: quello della sopportazione silenziosa, ossequiosa, dovuta.
Lei, come tanti altri coetanei, che invece avevano tenuto in piedi, con abnegazione, le stanze di quel fatiscente Ospedale per decenni, chi aveva assistito nascite a ogni ora del giorno e della notte, si ritrovava ancora fare ancora il turno di notte, con lo stipendio congelato da una burocrazia vecchia come la muffa sui muri.
Ed è così che alle 23:44:15 l’Ospedale Centrale si stagliò davanti a lei: una fortezza esausta.
Una cattedrale di mattoni slavati e luci fredde, più simile ad un centro di smistamento di anime che ad un tempio della Vita. Anna parcheggiò nella zona riservata al personale e attraversò il cortile con il bavero della giacca alzato, schivando le pozzanghere con passi rapidi e svogliati.
Dentro, l’aria aveva quell’odore tipico di cloro, plastica, gomma ed umanità compressa.
Un odore che per molti sarebbe stato repellente, quasi orripilante.
Per lei, tuttavia, era normale: aveva il sapore di casa.
Salì al terzo piano, con l’ascensore che gemeva ad ogni fermata, e quella dannatissima canzone ancora in testa. In reparto, la luce soffusa galleggiava a mezz’aria, uno spettro gentile. Anna salutò con un cenno la guardia giurata — i soliti volti stanchi — e si avviò verso il suo spogliatoio per infilarsi il camice. Tutto ciò per essere pronta, come al solito, alle 23:50:55.
Quella notte doveva essere esattamente come tutte le altre.
Pochi parti, qualche urgenza da monitorare, neonati da accudire nelle prime ore di vita. Un lavoro antico ed ostinato, una preghiera silenziosa contro il disordine del cosmo e della vita terrena.
Poco dopo mezzanotte, sarà proprio Anna la prima persona ad accorgersi di quel fenomeno epocale, di cui presto apprenderete la gravità, denominato la Strana Sterilità.
Attraversò il corridoio che portava alla nursery con l’abitudine di sempre, ma al momento di girare l’angolo, il silenzio la colpì come un ceffone.
Non un vagito.
Non un singhiozzo.
Solo silenzio.
Si guardò intorno.
Il reparto era completamente vuoto.
Le culle, allo stesso posto di sempre, allineate, perfettamente immacolate, assomigliavano a degli oggetti d’arredo in vetrina. La nursery, solitamente piena di un’energia lieve ma intensa, sembrava ora improvvisamente un museo chiuso per restauri.
Anna rimase a fissare la scena per qualche secondo, interdetta, poi scosse la testa colta da un presentimento gelido, ed infine si voltò verso il corridoio. In lontananza, sentì solo il cigolio di un carrello spinto da un inserviente e le voci spente di qualche medico di guardia.
Fece un giro tra le stanze.
Tutte vuote.
Solo letti rifatti, tende chiuse, monitor spenti.
Quando finalmente raggiunse la sala delle ostetriche, trovò il solito quadretto: due colleghe appoggiate al bancone a chiacchierare dell’ennesima, banale, serie tv N3tfl1x, una terza che rideva sommessamente, tutto ciò nel mentre si versavano un caffè da una caraffa rancida.
Anna le osservò per un attimo dall’uscio con occhi sgranati.
Possibile che nessuno avesse notato l’assurdità del momento?
Si avvicinò ad Elisa, la sua collega smorfiosa.
«Scusa…» le chiese, con una voce più tesa del dovuto,
«…la nursery è completamente vuota. Non c’è nemmeno un neonato. Come è possibile…non è nato nessuno stanotte?»
«Eh no, gioia. Nessun nato. Nemmeno uno,» le rispose la collega, poi, con quella calma irritante di chi è ormai impermeabile a tutto, aggiunse: «ma tranquilla, il Capo Reparto ha detto che succedono ogni tanto queste cose. Oggi, semplicemente, non è nato nessuno.»
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Cosa è successo? Qualcosa di impercettibile, invisibile, elegante, se volete. Non il solito banalissimo meteorite, e nemmeno un’apocalisse in slow motion, per non parlare di complotto alieno o virus di laboratorio. I più svelti — o forse solo i più vanitosi — esclameranno: “Ah, ma questo è un film che ho già visto!”, oppure “Ah, eppure credo sia un romanzo già scritto!”.
Vi invito a pensarci bene: non sono qui a fare esercizi di stile, né a rimestare nel brodo della dietrologia spicciola. Questa non è la copia sbiadita di una grande distopia, con tutto il dovuto rispetto a George Orwell: qua stiamo raccontando una storia reale. O meglio: verosimile. Una storia piccola, forse scomoda, ma sicuramente concreta. Una di quelle storie che si insinuano sotto la pelle della quotidianità di un Paese finché, un giorno, ci si sveglia, e si scopre che il mondo è cambiato — seppur nessuno abbia ancora pensato di avvisarci!
Perché, vedete, il Paese di questo racconto non era né crudele né particolarmente malvagio.
Solo pigro fino al midollo, stanco da anni di vessazioni da parte di una classe politica e dirigenziale scadente, ma profondamente inadeguato ad accogliere qualcosa di tanto complicato quanto il Futuro. Di Paesi così ce ne sono tanti: con le loro eccellenze, i loro santi, i loro martiri, i loro usi, costumi; i loro lunedì pieni di buoni propositi e le loro domeniche di grande sport. A pensarci, era anche e soprattutto, un Paese che aveva perso, pezzo dopo pezzo, ogni briciolo di curiosità per il domani. E senza curiosità, si sa, non nascono tante domande. Figuriamoci i bambini.
Non vi aspettate, ordunque, eroi mascherati e mostri da questa storia. Non ci sarà, in questa assurda situazione, nessuno in grado di salvarci all’ultimo minuto. E non ci saranno nemmeno super cattivi con mantelli neri e piani machiavellici. Solo uomini e donne, magari anche un po’ banali. Alcuni in giacca e cravatta, altri in camice, qualcuno semplicemente in jeans e maglietta. Gente che ha fatto del proprio meglio, o almeno così diranno ai posteri. Questa è la storia del silenzio prima del collasso. Della ragionevolezza che diventa accidia, della gestione che si traveste da rassegnazione.
Se vi sembra di conoscerla, è solo perché ci siete già dentro tutti.
Ognuno di voi.
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